“Solo la fraternità cambierà la Chiesa e la società”

“Essere fratelli, infatti, non è uno stato emotivo, un’idea, ma rappresenta un dato di fatto che capovolge il modo di pensare, agire, pregare”

Campanha da Fraternidade 2021 (Brasile)).
Campanha da Fraternidade 2021 (Brasile)).

La fragilità fa parte della vita umana, è una condizione di vita. Sono fragili le nostre ragioni di vita, le nostre emozioni e sentimenti, le nostre speranze e le nostre inquietudini, le nostre esperienze e realizzazioni. Questa fragilità creaturale è allo stesso tempo ombra e grazia sempre ferita, nel mondo delle relazioni in cui viviamo. Fragili sono anche le parole con cui a volte tentiamo di comunicare e di aiutare se stessi e gli altri. Fragili anche i nostri silenzi e solitudini. 

Fragili le nostre virtù quali la gentilezza, la mansuetudine, la mitezza, la modestia, la tenerezza, virtù umane essenziali per la vita fraterna in comunità. 

Il dono della vita religiosa, è memoria della bellezza della vocazione-missione cristiana innestata nella grazia battesimale del popolo santo di Dio (LG 4.10), segno profetico della configurazione e trasfigurazione all’umanità di Cristo casto, povero e obbediente. 

San Giovanni Paolo II, a partire dal 1997, dopo la promulgazione dell’esortazione apostolica post-sinodaleVita consecrata, istituì la “Giornata mondiale della vita consacrata” facendola coincidere con la festa liturgica della Presentazione di Gesù al Tempio, con la “festa dell’incontro”, come viene chiamata nell’Oriente cristiano, “incontro che compie l’attesa dell’uomo alla relazione e rivela il cuore di Dio, tra il già e il non ancora del Regno”. 

Le nostre comunità di vita consacrata sono composte sempre più da confratelli provenienti da altre nazioni, costituiscono un vero e proprio laboratorio di Chiesa delle genti, luogo di ascolto e valorizzazione dei diversi carismi per la missione, “testimonianza e stimolo di una fraternità senza confini, portando su di sé il peso dell’umano, tendendo l’orecchio al grido dei poveri, ascoltando la voce degli ultimi” (cfr. Fratelli tutti). 

Come Cavanis sappiamo che la vera fraternità è comunione impastata di inclusione, il luogo più umano dove come religiosi siamo chiamati ad apprendere e maturare l’esperienza dell’appartenenza inclusiva, non solo carismatica ed ecclesiale, ma familiare e sociale. 

“Essere fratelli, infatti, non è uno stato emotivo, un’idea, ma rappresenta un dato di fatto che capovolge il modo di pensare, agire, pregare”; una forma di vita che rimanda ad un costante allenamento all’accoglienza reciproca. La fraternità è un argine umano davanti al baratro dell’inflessibilità rivestita di fondamentalismo ed egoismo. Le nostre comunità religiose, ricordano che noi siamo fratelli tutti, che fioriamo dove il Signore ci ha piantati e con fratelli che ci sono stati donati. 

Nella Giornata Mondiale della Vita Consacrata papa Francesco ha detto ai consacrati: sopportate le delusioni, abbiate pazienza.  “La pazienza non è la semplice tolleranza delle difficoltà o una sopportazione fatalista delle avversità. La pazienza non è segno di debolezza: è la fortezza d’animo che ci rende capaci di portare il peso dei problemi personali e comunitari, ci fa accogliere la diversità dell’altro, ci fa perseverare nel bene anche quando tutto sembra inutile, ci fa restare in cammino anche quando il tedio e l’accidia ci assalgono. Il primo peso è la nostra vita personale, sono le delusioni e frustrazioni quando al lavoro non corrisponde il risultato sperato, la semina sembra non produrre i frutti adeguati, il fervore della preghiera si affievolisce e non si è più immunizzati contro l’aridità spirituale. Bisogna aver pazienza con noi stessi e attendere fiduciosi i tempi e i modi di Dio: Egli è fedele alle sue promesse. Ricordare questo permette di non cedere alla tristezza interiore e alla sfiducia che è un verme che mangia da dentro. A volte nascono dei conflitti nella vita di comunità e non si può esigere una soluzione immediata, né si deve giudicare frettolosamente: occorre aver pazienza, cercare di non perdere la pace, attendere il tempo migliore per chiarirsi nella carità e nella verità. Il Signore non chiama alla vita religiosa per essere solisti, ma ad essere parte di un coro, che a volte stona, ma sempre deve provare a cantare insieme. Pazienza, per non restare prigionieri della lamentela, per non perdere la speranza”.

P. Diego Spadotto, CSCh

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